L’epopea di un’impresa: l’inizio della rinascita

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Questo articolo è l’ultimo – per ora – di una lunga serie di racconti che ripercorrono il viaggio di ideato ed extrategy, che da quasi due anni hanno intrapreso un sentiero, non privo di ostacoli ma anche ricco di “ricompense”.
Se è la prima volta che ne senti parlare ti consiglio di cominciare a leggere dall’inizio. Secondo me è una storia che merita di essere raccontata, un’epopea per l’appunto.

La narrazione (una sorta di premessa)

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C’è una cosa importante da considerare quando si racconta una storia: è la narrazione. La narrazione è il carattere di una storia, il modo in cui si presenta ma anche quello in cui ci affascina e diventa attraente. La narrazione è il suo sviluppo. Ecco, vorrei porre l’attenzione su questa parola. Sviluppare significa, in qualche modo, trasformare e le trasformazioni non ci lasciano mai come ci hanno presi. Questa è la storia di una trasformazione. Per cui, preparatevi a cambiare e siate pronti a farvi sorprendere. A me è capitato proprio questo.

 

Quando è iniziata questa storia

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Questo nuovo viaggio che faccio con ideato e extrategy è cominciato, forse, un mese fa. Era la sera prima di uno di quei week end dedicati alla vita professionale. La mail che leggo poco prima di andare a letto (presto) per la partenza (prestissimo) del giorno seguente arriva da una delle due aziende. C’è da scrivere un pezzo, breve, per un giornale a tiratura nazionale che descriva l’azienda, entro le 12 del giorno seguente. Chi può aiutare a redigerlo? Non sono l’unico dei destinatari, ma sono quello che ha le parole communication strategist nella descrizione del profilo sul blog. Mi sento responsabile, orgoglioso e al tempo stesso scocciato perché mancano solo poche ore.

Infilo nello zaino il laptop che avevo deciso di lasciare a casa (più viaggi e più vuoi essere essenziale) pensando che qualcosa dal sedile del mio primo treno riuscirò a scrivere. Scoprirò che non mi sarebbe servito a niente e, insieme, che questa azienda è davvero adattiva e antifragile: si modella su quello che serve e non va mai in frantumi. Perché vi racconto questa cosa? Perché è proprio da qui che inizia la storia.

Per la cronaca: nel tempo in cui dormo, mi faccio la doccia e percorro i primi chilometri di ferrovia qualcuno ha già dato un feedback a quella mail e imbastito una prima soluzione. C’è già pronta una bozza dell’articolo, adesso serve “solo” qualcuno che dia un riscontro e proponga modifiche, correzioni, integrazioni. Lo faccio dal mio smartphone perché è più facile e immediato. Con un certo anticipo sulle 12 c’è il definitivo da mandare al giornale. Non è un articolo da premio giornalistico, ma non è quello che serviva e nemmeno l’obiettivo espresso. Era necessaria una cosa good enough che potesse essere risolutiva.

Vi confesso una cosa: ho fatto due errori in questa esperienza, che voglio dirvi perché non li facciate anche voi se decideste un giorno di adottare il modello di azienda che vi racconterò qui di seguito. Il primo è stato sottovalutare la forza e la reattività che può avere un gruppo (dis)organizzato (tornerò sul perché di questo termine); il secondo è stato quello di pensare di dovermi sobbarcare tutto l’onere (forse in cerca di onore), di essere da solo, di non avere fiducia (questo termine è molto importante per capire tutto il resto).

Ora che sapete qual è la premessa siete pronti a sentire il resto della storia.

 

Un linguaggio comune

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In un’azienda in cui uno dei principi è remote first capita che conosci le persone, intendo la maggior parte di loro, con un nickname e una foto-profilo su Slack (la piattaforma utilizzata per collaborare). In realtà ci si conosce e riconosce anche di persona ma il ricordo che si imprime meglio nella tua memoria è quello lì: foto-profilo/nickname. Quindi poi ti costruisci l’idea di quelle persone grazie a tutte le cose che leggi nello stream della piattaforma: informazioni, appuntamenti, call ma anche battute, saluti ed emoticon. Il contatto da remoto, una volta che ti ci sei abituato, è anche fatto di slang, modi di dire e chatbot: così alla fine a me fa sorridere quando qualcuno scrive “buongì” e al tempo stesso capisco che anche questo è un modo per costruire un linguaggio comune, condividere contenuti, spesso seri e qualche volta scherzosi.

Costruire un linguaggio comune per un gruppo di lavoro, un’organizzazione, un team è fondamentale per due ragioni. La prima è che il linguaggio è il collante della comprensione, della costruzione di relazioni e della collaborazione: senza sarebbe davvero difficile ritrovarsi a lavorare sui contenuti. La seconda è che aiuta e semplifica i processi di lavoro, il trasferimento di conoscenze, la velocità di realizzazione di un’attività e di un progetto. Ho capito che questa cosa del linguaggio la si può fare anche senza essere presenti fisicamente nello stesso posto contemporaneamente e che, anzi, mantenere viva in un qualche modo la conversazione attraverso strumenti come Slack favorisce poi l’intesa quando ci si incontra.

Quindi la cosa bella è anche quella di rivedersi, tornare ad associare il nickname ad un nome vero, a un viso di cui cogliere le espressioni, a una persona con cui puoi parlare: è un feeling che si ritrova con grande piacere.

 

Come supereroi

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Sapete come funziona l’epopea di un supereroe? Voglio sgomberare subito il campo da qualsiasi fraintendimento: non voglio dire che siamo di fronte a un gruppo di supereroi, non è questo. Però voglio proporre una similitudine che a me è parsa molto chiara.

Un supereroe non può essere definito dai suoi poteri sovrumani, perché Batman, per fare un esempio, non ne ha. Non può essere definito dal costume che indossa, perché molti supereroi, non ne indossano uno. Né può essere definito dall’avere un’identità segreta, perché alcuni, come i Fantastici Quattro, sono eroi pubblici.


Questo non lo dico io, ma Jess Nevins, autore del libro
The Evolution of the Costumed Avenger: The 4000-Year History of the Superhero.

Quindi la premessa necessaria è che non possiamo dire che cosa sia e cosa non sia un supereroe. E inoltre che non sono il frutto della fiction recente ma sono sempre esistiti, perché se andate un po’ indietro nel tempo scoprirete che nella storia ce ne sono fin dall’antichità passando per Robin Hood e arrivando fino agli Avengers.

 

La fine della crisi

Personalmente aggiungo una cosa: c’è un filo conduttore nella storia di qualsiasi (super)eroe, dai miti greci ai film della Marvel. Se ci fate caso il percorso dell’eroe parte da un momento di esaltazione delle gesta, passa per una crisi (spesso intima e profonda) e si conclude con la rinascita. Esaltazione, crisi, rinascita: sono tre fasi, che se pensate a una qualsiasi delle vostre storie preferite, ci sono sempre. Ma c’è ancora un particolare che mi pare importante: per il supereroe la crisi è un momento fondamentale della sua formazione; è frutto spesso della capacità di mettersi in discussione, di uno smarrimento che arriva da un cambiamento profondo. Non è una crisi di risultati quella che affronta il supereroe (come potrebbe? Ha dei superpoteri!) ma è la crisi di chi non si accontenta e vuole cambiare, migliorare, evolvere.

Ecco, la cosa che a me pare limpidissima è questa: ho rivisto questo stesso percorso in questa azienda e in particolare, in questi due giorni trascorsi “in ritiro” con tutti coloro che la formano, ho visto la fine della crisi e l’inizio della rinascita.

 

L’inizio della rinascita

Potevano decidere che tutto andava bene così, che alcune questioni potessero essere tralasciate, che l’importante fossero i numeri. Invece hanno deciso di mettere tutto in gioco, di scovare i punti deboli prima che fosse qualcun altro a trovarli, di mettere in discussione i temi che gli stavano a cuore con l’idea che solo così si potesse evolvere. Sono andati molto nel profondo e questo ha significato, per più di uno di loro, mettere in discussione se stesso, fare un lavoro di analisi delle proprie convinzioni, dei propri ideali, di aspettative, desideri e convinzioni. Si sono volutamente messi in crisi per migliorare. Gli è costato un po’ di sofferenza, qualche malumore, a volte una scocciatura. Ne hanno guadagnato in entusiasmo, energia e convinzione. E, credo io, molto in benessere complessivo. Lo hanno fatto discutendo liberamente ma con partecipazione, impegno, passione e una tecnica chiamata Open Space Technology. Ve ne parlerò nella seconda puntata di questa epopea.